In questa pagina è riportato l'articolo di giornale, risalente al 1975, che
racconta di una sfortunata storia d'amore di due adolescenti di Sassari, e che ha ispirato
la canzone Preghiera. A questo segue la lettera di ringraziamento
scritta dalla mamma della ragazza ai Cugini di Campagna, un ricordo al quale essi sono
molto affezionati. Per motivi di riservatezza sono state riportate solamente le iniziali
dei nomi citati.
ECCO COME A 18 ANNI SI PUO' ANCORA MORIRE D'AMORE
A diciott'anni E. è morto per amore. Questo, però, la
folla che si è accalcata, la mattina di lunedì 18 Agosto, sotto l'alto ponte del Rasello
per soddisfare la curiosità morbosa di vedere da vicino i resti di un suicida, non lo
sapeva. Per loro quel mucchietto di vestiti, di ossa e di carne, era soltanto "uno
che si è buttato da trenta metri". Orrore, pietà, la parola "follia",
serpeggiavano tra vecchi e giovani, tra padri e madri con i figlioletti in braccio e il
collo proteso per guardare.
La verità è venuta dalla lettera che i poliziotti hanno trovato in
tasca dei calzoni del ragazzo. E. l'aveva scritta verso mezzanotte: pochi minuti prima di
buttarsi oltre la balaustra del ponte che unisce la Sassari vecchia alla nuova. In essa
non c'erano scuse. Soltanto un addio a tutti "perchè senza J. la mia vita
non ha più senso".
J., la fidanzatina quindicenne di E., era spirata
alcune ore prima, a metà mattina di domenica, nell'ospedale sassarese, stroncata da un
male inesorabile, la leucemia. Il ragazzo non è stato capace di sopravviverle. E non si
può dire che la sua decisione sia maturata in un momento di sconforto. E' venuta, invece,
purtroppo, dopo un logorante calvario durato dieci giorni, quanti ne sono passati tra le
prime avvisaglie del male e la morte di J.
Dieci giorni e dieci notti di agonia che i due giovani hanno condiviso.
Lei preda della malattia, lui pervaso ogni ora di più dalla disperazione di non poter
fare nulla per salvarla, di vedere dissolversi, istante dopo istante, la felicità che
avevano scoperto e assaporato soltanto da pochi mesi.
E. e J. si erano innamorati in primavera. Si trattava
per entrambi di quel primo amore che, nonostante la rivoluzione sessuale e gli stress del
modo di vivere odierno, ognuno di noi si porta chiuso dentro per tutta la vita, delicato
miscuglio di dolce orgoglio, di tenerezza e di piacere.
Presi da questo sentimento esaltante, E. e J. si sono
avvicinati, ma con una delicatezza e una serietà davvero d'altri tempi. "Per tutti e
due era una cosa seria", sono concordi nell'affermare gli amici di lui. "Non che
parlassero di matrimonio, però tra loro non c'erano quelle "crisi" tipiche
delle cottarelle che durano solo qualche mese e poi chi s'è visto s'è visto", dice
una compagna di J.
"Li univa qualcosa di tranqulli e profondo. Non so trovare le
parole giuste: ma J. era felice e serena", spiega un'altra.
Assieme, dunque, E. e J. formavano una coppia
affiatata e serena, al riparo dai velleitarismi così comuni a troppi loro coetanei per i
quali amore e sesso fanno subito tutt'uno. In comune i due ragazzi avevano anche un
particolare interesse: facevano parte di un'associazione scoutistica alla quale si
dedicavano con grande entusiasmo.
Erano stati perciò doppiamente felici quando, alla fine di luglio,
erano partiti con le loro squadre di giovani esploratori per il campo-raduno di
Montepisanu, presso Bono, a un centinaio di chilometri da Sassari. Era un'occasione per
vedersi più spesso, per assolvere uno accanto all'altra le incombenze della giornata.
Quasi uno spensierato preambolo a quella che sarebbe stata la loro futura vita coniugale.
Un sogno a occhi aperti nel quale era naturale giurarsi amore eterno e immergersi in una
felicità che nulla sembrava poter scalfire.
La serietà delle intenzioni di entrambi è fuori discussione: un
sacerdote vicino a E. e a J. ce l'ha confermato. "Niente di
ufficiale per il momento; il ragazzo si sarebbe diplomato geometra l'anno prossimo: J.
frequentava il secondo anno del liceo scientifico", dice il nostro interlocutore.
"Erano giovani e per sposarsi potevano tranquillamente aspettare che lui finisse
l'università e trovasse una buona sistemazione. Volevano fare le cose con calma e com'è
giusto. Invece..."
Invece, dopo una decina di giorni di campeggio, J. ha
cominciato ad accusare malesseri e il suo stato di salute si è andato rapidamente
aggravando. Tanto che il medico curante ne ha ordinato il ricovero in ospedale per una
serie di analisi. Il responso degli esami clinici è stata una sentenza inappellabile:
leucemia, il "cancro del sangue" che distrugge i globuli rossi e contro il quale
la medicina non ha ancora trovato armi valide. Anche le trasfusioni di sangue, in
moltissimi casi, sono soltanto un palliativo.
Per E. quella notizia ha rappresentato il passaggio da un
sogno esaltante al peggiore degli incubi. Dapprima incredulo, poi sempre più disperato,
si è trovato nella mente l'assillo di una domanda esasperante, che mai trova una
risposta: "Perchè doveva capitare proprio a noi? Che cos'ha fatto J., che
cosa ho fatto io, per meritarci una punizione simile?". I rari sprazzi di speranza
sono destinati a durare soltanto poche ore. I ricordi di felicità goduta fino a pochi
giorni prima, adesso sono motivo di dolore per quanto egli sa ormai perduto e
irripetibile.
"E. si chiudeva ogni giorno di più in se stesso",
racconta uno dei suoi migliori amici. "Era diventato cupo e a nulla servivano le
parole di conforto mie e degli altri. Ogni volta che lasciava l'ospedale appariva più
abbattuto. Era come se quel male terribile avesse preso anche lui".
Quattro giorni prima della morte di J., quando ormai i medici
avevano tolto ogni speranza, E. era andato a parlare con un sacerdote, don D.,
della parrocchia di San Giuseppe, per chiedergli conforto. "Se J. muore non
voglio più vivere", aveva detto al religioso. Questi aveva fatto ricorso a tutta la
sua forza di persuasione ricordando al giovane i suoi doveri di cristiano e di uomo, che
Dio ci sottopone a prove durissime e che non sta a noi giudicare, che la vera vita non è
su questa terra e così via, proponendogli il conforto della fede e della preghiera.
Fosse stato meno innamorato, meno giovane, meno idealista, E.
forse avrebbe compreso e si sarebbe fatto una ragione del dramma che stava vivendo.
Invece, quando la mattina della domenica seguente ha visto spirare J., è corso
fuori dall'ospedale gridando: "La seguirò nella tomba".
Ai presenti, ed era naturale, è sembrato che si trattasse di una frase
pronunciata nel momento del dolore più grande, che la solitudine di alcune ore sarebbe
stata la cura migliore. Per questo, soltanto a sera, non vedendolo rientrare, i parenti
hanno incominciato a preoccuparsi seriamente. E' stato diramato l'allarme e sono iniziate
le ricerche. Per tutta la notte parenti e amici hanno setacciato le vie di Sassari alla
ricerca del ragazzo. Inutilmente.
Soltanto l'indomani mattina un giovane ha visto un corpo sfracellato in
un orto sotto l'arcata centrale dell'altissimo ponte del Rasello e ha avvertito la
polizia. Tra una folla indisponente di curiosi in cerca di macabre sensazioni, un fratello
e due sorelle di E. hanno ricunosciuto ufficialmente il cadavere e hanno letto la
lettera con la quale il ragazzo ha detto addio a tutti.
"Perchè senza J. la mia vita non ha più senso".
Cambiate il nome e potrebbe averla scritta il Romeo di Shakespeare.
LA LETTERA SCRITTA DALLA MADRE DI J.
Gentilissimo complesso,
sono la mamma di J., la ragazza morta a Sassari il 17 Agosto affetta da leucemia, e nella
stessa sera E. si buttò dal ponte per amore di mia figlia.
Molti ragazzi dei boy-scout mi dicono che voi avete scritto e musicato la canzone Preghiera
dedicata ai nostri ragazzi, mi complimento con voi, è molto bella, è come mia figlia
era. Ed E. ha veramente implorato il Signore, ciò che voi con le vostre parole e musica
dite. Ve ne sono molto grata di quanto avete scritto e continuate a dire verso i nostri
angeli, che sicuramente dall'alto per il breve cammino secondo quanto ha scritto sulla
nostra esistenza terrena il buon Dio.
Vorrei da voi un conferma, cercate di capire due mamme.
Vorrei dilungarmi tanto, dandovi tante benedizioni, ma credetemi la commozione mi ha
vinta.
L'angelo di J. e di E. vi protegga per tutta la vita.
Vi abbraccio tutti con tanto tanto amore come se voi foste i mei ragazzi.
M.